Illuminanti parole, nel 32esimo anniversario della morte di Alfred Hitchcock, sulla sua sensibilità di carattere, e su come l’impresa creativa nasca nel suo caso da un’economia mentale in cui non ci sia spazio per emozioni negative o inutilmente dispendiose:

Un orizzonte limpido — niente di cui preoccuparsi, solo cose creative e non distruttive. Non sopporto i litigi, le emozioni tra le persone — penso che l’odio sia energia sprecata, ed è tutto improduttivo.
Sono molto sensibile — una parola tagliente, detta da qualcuno, per esempio, che ha un caratteraccio, se è vicino a me, mi perseguita per giorni.
So che siamo solo esseri umani… siamo attratti da queste diverse emozioni, chiamamole negative… ma quando vengono tutte rimosse e si può guardare avanti e la strada è libera, e a quel punto stai per creare qualcosa — credo che questo sia essere felici come più non potrei immaginare di esserlo.

[video]
[via @brainpicker, traduzione assemblata dal web e corretta]

Sulla Siena-Milano

Il laccio rosa nei capelli,
nel giallo e nero sospesa,
labile parla col vicino,
e nel nero il giallo si perde.

#

Sono ombre e riflessi
di aracnidi di cemento
negli schermi sulla notte.

#

Dardi bianchi infilzano il buio
lungo la rotta oscura
che avanza sempre più nel vuoto.

#

Lampeggi come codici oscuri
e cartelli per altri mondi:
in mezzo a filari di luci
io mi inoltro.

#

Tante teste immobili che spuntano
da corpi dritti come fusi,
seduti sulla strada;
ci vorrei giocare a calcio.

La libertà come libertà dal lavoro, nella Grecia classica

[Dominique Méda: "Società senza lavoro - Per una nuova filosofia dell'occupazione", 1997, Feltrinelli]

Ma la Grecia classica è andata ancora più avanti nel disprezzo per le attività lavorative. Attraverso i testi di Platone e di Aristotele, vediamo insediarsi un ideale di vita individuale e collettiva da cui il lavoro è escluso o quasi. La stessa struttura sociale greca ne è la prova: l’insieme dei compiti direttamente legati alla riproduzione materiale è in effetti assunto e svolto da schiavi [...]. Tutta la filosofia greca è in effetti fondata sull’idea che la vera libertà, in altre parole ciò che permette all’uomo di agire secondo quanto vi è di più umano in lui, il logos, comincia dove la necessità finisce, una volta che i bisogni materiali siano stati soddisfatti. [...] Aristotele lo afferma esplicitamente, in apertura della Metafisica: “Solo quando furono a loro tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi una tale sorta di indagine scientifica”. Questa disciplina, la filosofia appunto, è la sola scienza che sia una disciplina liberale, in quanto non la pratichiamo per altro che per se stessa: “Consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé”. Sul versante opposto della sfera della libertà, che ci avvicina al divino, si dispiega la sfera della necessità, quella del lavoro, e soprattutto del ponos, del lavoro faticoso, delle funzioni degradanti, per essenza servili. Come si vede, la situazione del lavoro nella società greca si fonda in ultima analisi su un’idea – oggi parleremmo di “concezione” – dell’uomo che gli conferisce il suo senso pieno: l’uomo è un animale razionale e il suo compito è quello di sviluppare la ragione che lo fa uomo e che lo rende simile agli dei. Esercitare la ragione significa: sul piano teorico fare filosofia o attività scientifica, sul piano pratico agire secondo virtù, su quello politico essere un eccellente cittadino. In ogni caso significa utilizzare nel migliore dei modi le nostre facoltà, cosa che si può fare solo essendo liberi, cioè sviluppando attività che hanno un fine in se stesse e non fuori di sé. La vera vita è la vita oziosa, e divenire capaci di vivere una vita del genere è la meta dell’educazione. [...] l’ozio greco non ha ovviamente nulla a che vedere con ciò che il termine designa ai giorni nostri.

Il tempo liberato

[Pierenrico Andreoni: "Tempo e lavoro - Storia, psicologia e nuove problematiche", 2005, Mondadori]

Allora, uscendo dagli schemi della società fondata sul lavoro, la rivoluzione apportata dalla tecnologia ci dona la possibilità di redistribuire il tempo che la produttività ha liberato dal lavoro; esso è un tempo nuovo, di natura completamente diversa da quello che abbiamo conosciuto finora, perché è un tempo che ciascuno potrà “sottrarre al sistema” e rendere disponibile “per mille e una attività autodeterminate”. Esso [...] non è più un tempo attribuito dal sistema, ma è un tempo scelto, autodeterminato da un atto volontario; non è più un tempo il cui contenuto è qualificato dal lavoro (studio per il lavoro, tempo libero dal lavoro, pensione dopo il lavoro) e dalla sua assenza, ma è un tempo in sé, vuoto di contenuto e proprio per questo potenzialmente aperto a tutti i contenuti che ciascuno voglia dargli. Il tempo libero, di svago, è ancora determinato dal lavoro, di cui costituisce la valvola di sfogo, serve a ricaricare le batterie per poi esser nuovamente efficienti sul lavoro; il tempo liberato, invece, sarebbe caratterizzato dalla libertà più pura, non determinato dall’organizzazione sociale, né dalla costrizione economica del lavoro.

I ricercatori hanno esaminato persone con e senza variazioni genetiche che influenzano l’attività del neurotrasmettitore dopamina nella corteccia prefrontale e nello striato. È emerso che una variazione nel gene COMT, che influenza la dopamina nella corteccia prefrontale per esempio, aiuta a ricordare e a lavorare sulla base di istruzioni e suggerimenti. Le persone con una variazione nel gene DARPP-32, che invece influenza la sensibilità dello striato alla dopamina, consente di apprendere rapidamente dall’esperienza in assenza di “suggerimenti”. Ma, allo stesso tempo, anche di rendere le persone più sensibili ai “preconcetti” della corteccia prefrontale quando siano state in precedenza fornite delle istruzioni. In questo caso, dicono i ricercatori, lo striato tende a dare più peso alle esperienze che confermano le credenze della corteccia prefrontale e meno peso alle esperienze che lo contraddicono.
Sono esattamente questi i “bias di conferma” [bias]. “Le persone – conclude Frank – tenderanno a distorcere la loro esperienza in modo che sia percepita come più coerente con le proprie convinzioni preesistenti”.

LeDoux was positive about the possibility of learning to control the amygdala’s hair-trigger role in emotional outbursts: “Once your emotional system learns something, it seems you never let it go. What therapy does is teach you how to control it – it teaches your neocortex how to inhibit your amygdala”.

Vorrei quindi mettervi un po’ in guardia rispetto alla trappola, al “tunnel cognitivo” più devastante e comune, che consiste nel credere di capire al volo e con esattezza. È comune il problema [di credere] parecchio alle proprie ipotesi sulla realtà, alle proprie interpretazioni e quanto più una persona si trova incastrata in un problema che attiva una forte stimolazione emozionale [...] tanto più di solito ritiene di aver già capito.

[...] più noi apprendiamo a restare nel vuoto e più riusciamo a formare nuove gestalt e quindi nuovi schemi [;] e anche se avremo sempre schemi che ci filtrano la realtà e non ci permettono di coglierla totalmente, almeno l’incrementarsi del numero degli schemi ci offrirà un numero maggiore di angolature da cui cercare di comprendere.

Si potrebbe aggiungere che il rischio di avere un numero maggiore di schemi è quello di non riuscire più a esprimersi su niente, rimanendo tagliati fuori dal partecipare all’interpretazione della realtà e quindi dalla realtà stessa. Ma questa è la condanna di quei pochi che cercando a tutti i costi il fondo autentico delle cose non hanno invece potuto far altro che ritrovarsi a ballare continuamente sul vuoto.

Riesenrad

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Misticismo laico

Dalla conversazione di Franco Marcoaldi con Stefano Levi Della Torre su Repubblica di ieri (di cui tralascio la parte iniziale dedicata alle critiche contro i postmodernisti, poiché il discorso da farci intorno sarebbe molto lungo), un’acutissima riflessione sulla superba vertigine dell’insondabile e sulla mediocrità dell’approccio religioso, visto che purtroppo c’è ancora bisogno di ricordarlo.

A questo punto, però, voglio ricordare un passo di Leopardi in cui si dice che ci sono dei filosofi talmente illusi da pensare che bisogna distruggere le illusioni. Straordinario, no? Ecco così che le cose si complicano ulteriormente. Perché non c’è niente da fare: anche il nostro desiderio di senso è in qualche modo falsificante. Il bambino, ad esempio, stabilisce che una certa pianta vuole bene a una certa pietra che vuole bene a un certo animale…. Questa teatralizzazione del mondo è fisiologica, attiene alla sopravvivenza umana. Ma appunto, è un’illusione. Del resto, volendo addentrarci ulteriormente nel labirinto: cos’è l’antropologia se non lo studio delle illusioni umane, le quali a loro volta rappresentano una concretissima realtà sociale? Così il circolo ricomincia e ricomincia anche la nostra ricerca della verità.
Per questo lei afferma che non possiamo mai arrivare alle verità ultime, definitive. Kafka affermava che siamo «abbagliati» dalla verità. «Vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro». Ecco perché la verità risulta inafferrabile, insondabile, abissale.
E sono totalmente d’accordo con lui. Tant’è che, da laico, non obietto alla religione di essere troppo metafisica, ma di esserlo troppo poco. Perché pretende di dare un volto definitivo a quell’abisso. I veri, grandi mistici laici del moderno sono proprio Leopardi e Kafka. Perché accettano l’abisso e ci sprofondano dentro. Senza riempire il mistero di parole volte ad addomesticare quell’abisso, per addolcirne l’angoscia. Senza tradurre la vertigine dell’insondabile in liturgie consolatorie. Freud sosteneva che si investono più energie nel ripararsi dagli stimoli che nel riceverli. Ecco, le religioni costruiscono delle formidabili fantasmagorie proprio per incistare lo scandalo del caos, per dare senso alla realtà e al contempo ripararsi da essa.

Dalla Rassegna Stampa di Caffè Europa, si parla di Israele e dei suoi prodigiosi risultati nell’economia e nell’innovazione tecnologica, in tempi di crisi per l’Europa.

 

Clipped from www.caffeeuropa.it

Su La Stampa un articolo di Irene Tinagli è dedicato a Israele, Paese delle start up, ovvero una ogni 1844 cittadini. È il secondo Paese dopo gli Usa per aziende quotate al Nasdaq, cioè un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe insieme. Irene Tinagli, recensendo un libro dedicato a questo tema firmato Dan Senor e Saul Singer, dal titolo “Start Up Nation” (in Italiano “Laboratorio Israele”), ricorda che sono in molti ad aver tentato una spiegazione del “miracolo economico” di Israele: economisti e studiosi hanno sottolineato che è un Paese che incentiva fortemente la ricerca, avendo il più alto tasso di investimenti in ricerca e sviluppo del mondo; altri attribuiscono il miracolo alle privatizzazioni e liberalizzazioni intraprese nel 2003 da Netanyahu da ministro delle Finanze, in particolare la sua riforma del sistema bancario; altri ancora lo attribuiscono al fatto che il 45 per cento della popolazione è in possesso di istruzione universitaria (in Italia il dato si ferma al 15 per cento). Secondo la Tinagli tutti questi fattori trascurano comunque il contesto storico e culturale di questo Paese, il suo modo di pensare, di lavorare, di affrontare sfide e problemi. Un Paese sotto costante minaccia di attacchi terroristici ha imparato a organizzare la propria vita economica e sociale in modo da non essere intaccato dalle vicende militari. Inoltre, gli alti investimenti nel settore difesa e l’obbligo di un servizio militare che va dai 2 ai 9 anni per tutti i giovani israeliani (con l’aggiunta di 20 anni di riserva) è stata trasformata in una straordinaria opportunità di formazione professionale: l’esercito israeliano, infatti, non soltanto ha tecnologie sofisticatissime, ma ha metodi di selezione, istruzione e formazione dei propri soldati efficaci come quelle di Harvard o Stanford. Anche i boicottaggi di tutte le merci hanno stimolato gli israeliani, che si sono dedicati ad attività e prodotti immateriali come i software e le tecnologie legate a comunicazioni internet. La diaspora, poi, ha reso questi cittadini cosmopoliti, adattabili ed aperti all’immigrazione: migliaia di rifugiati sono stati accolti in Israele, dagli etiopi in fuga dal regime antisemita di Menghistu, agli ebrei romeni in fuga da Ceausescu, passando per gli 800 mila ebrei russi tornati in Israele dopo il crollo dell’Urss, che equivalevano a un sesto di tutta la popolazione israeliana dell’epoca.
Del libro dedicato alla Start Up Nation si occupa anche Gianni Riotta, che vi trova un modello per l’Europa (e per l’Italia) che non cresce (“Il lavoro, la ripresa, la crescita, si creano solo con la collaborazione di Stato, mercato, università, venture capital, scuole e ricerca, progetto, start up, creatività, e tanta, tanta faccia tosta”, ovvero audacia, “chutzpah”).

Stralcio dell’intervista al fotografo Ragnar Axelsson tratta dal catalogo della mostra Ragnar Axelsson – Immenso e fragile. Un racconto dal nord.

Il freddo è come un magnete. E la luce è tutto.

 

D: Ma quali sono le difficoltà tecniche causate da temperature così rigide?
Il rischio più grosso è quello di spaccare la pellicola. Bisogna stare molto attenti a girare lentamente il rullino perché potrebbe rompersi a causa del gelo. A me è capitato qualche volta e quindi poi l’operazione di recupero delle immagini già scattate è stata davvero complicata. L’altro problema è portare le macchine fotografiche all’interno della propria tenda calda perché il calore fa sì che si appannino le lenti, rendendole inutilizzabili per ore ed ore. In generale però il momento più “doloroso” è quello del cambio di rullino: a volte le punte delle mie dita si congelano a tal punto che quando rientro in un ambiente caldo mi fanno un gran male. Non ultimo bisogna pensare che in quei posti si lavora vestiti come degli astronauti e quindi ci si muove con difficoltà, per non parlare poi del vento gelido che ti riempie gli occhi di lacrime rendendo spesso difficile la visione…

D: È durissima…
Il freddo è come un magnete che ti attrae. Impari a conviverci. Impari a scaldarti la tenda, a metterti i vestiti più adatti, impari a sopravvivere. Il mondo glaciale è bellissimo e quando sei nella natura selvaggia di un oceano congelato e di notte guardi le stelle ti senti l’uomo più ricco dell’universo. Scattare le foto è dura, effettivamente, ma quando ci riesci puoi avere dei risultati straordinari. E poi l’unico suono che senti è il silenzio: un silenzio diverso, unico. E quando il vento soffia e il ghiaccio scricchiola ti rendi conto di quanto tu sia piccolo sulla terra e pensi in modo diverso anche alla tua vita.

D: L’immensità di quegli spazi cambia la percezione della tua esistenza?
L’immensità dell’artico ti toglie il fiato: è pericoloso e fragile allo stesso tempo. E non posso fare a meno di pensare che adesso potremmo essere vicini al punto di non ritorno per quanto riguarda lo scioglimento dei ghiacci. È già capitato migliaia di anni fa, ma non certo con questa velocità. È un avvertimento che tutti gli individui dovrebbero ascoltare e che tutti i leader economico-politici dovrebbero affrontare con decisione.

D: Un mondo freddo, immenso e fragile… e con una luce incredibile, no?
All’inizio non potevo credere all’esposimetro: sembrava impazzito, tutto era così luminoso. Una luce fortissima, ma mi piaceva e ho imparato a gestirla. La luce poi cambia rapidamente, passando dalla luminosità massima del giorno alle luci del crepuscolo o magari ai contrasti esagerati di quando arrivano le nuvole scure. Comunque quando ti svegli in un posto ed esci dalla tua tenda in mezzo al nulla, tra ghiaccio e neve, la luce è tutto, è un incanto.

 


Gudjon Thorsteinsson (agricoltore di Gardakot, a Mýrdalur, nell’Islanda meridionale), vera e propria stella, e simbolo, delle foto di Axelsson del 1995 in Islanda.

Dedico questo post a chi è incline alla pratica “inumana” della “monofagia”.

Anche se vorrei osservare che (soprendentemente, visto di chi stiamo parlando) la scelta lessicale pare poco felice: quel “mono” è difficile non percepirlo come l’oggetto, piuttosto che il soggetto, dell’azione di “fagia”; come nel significato attuale del termine, d’altronde. Più adeguato sarebbe forse stato qualcosa tipo “solifagia”.

Del resto io posso per la mia inclinazione alla monofagia, esser paragonato all’uccello che i greci chiamavano porfirione, se è vero quel che ne raccontano Ateneo ed Eliano, che quando esso mangia, abbia a male i testimoni.
[...]
Il mangiar soli. . era infame presso i greci e i latini, e stimato inhumanum. . Io avrei meritata quest’infamia presso gli antichi. .
Ora io non posso mettermi nella testa che quell’unica ora del giorno in cui si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un’altra occupazione. ., abbia da esser quell’ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacché molti si trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno, non conversano che a tavola, e sarebbero bien fachés [molto contrariati, nota mia] di trovarsi soli e di tacere in quell’ora. Ma io. . non credo di essere inumano se in quell’ora voglio parlare meno che mai, e se però pranzo solo.

Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri [febbraio 1827 e luglio 1826], Einaudi, 1977

E anche se vorrei permettermi di rincarare la dose, rispetto a Leopardi, difendendo questa “bestiale” inclinazione in maniera tout court, e cioè indipendentemente:
1- dal soffocante ambiente familiare che probabilmente nel suo caso ne è stato uno dei motivi scatenanti;
2- dal fatto che uno abbia o no modo di conversare negli altri momenti della giornata;
3- da ragioni legate alla buona digestione, a cui Leopardi sembra dare importanza (testo omesso, si veda il testo completo seguendo il link sopra) ma che in realtà spesso si traducono nel contrario, se è vero che mangiare da soli facilmente può indurre a peggiorare, e non migliorare, le proprie abitudini alimentari e di digestione.

Foto di:
flickr.com/photos/gianni
flickr.com/photos/aprilinitaly
flickr.com/photos/dapog

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